BEN ASHTON
MAY WE LIVE IN IMPOSSIBLE TIMES
Opening Reception: 10 ottobre, 16:30–19:30
Dorothy Circus Gallery, London
35 Connaught Street, W2 2AZ
In mostra fino al: 12 novembre
“There are more things in heaven and earth, Horatio,
Than are dreamt of in your philosophy.”
William Shakespeare, Hamlet, Act I, Scene V
Tra cielo e terra, tra ciò che appartiene al reale e ciò che sembra eccederne le leggi, si apre May We Live in Impossible Times, la nuova mostra personale dell’artista britannico Ben Ashton alla Dorothy Circus Gallery di Londra.
Con questo nuovo corpus di opere, Ashton rivolge lo sguardo al Barocco, alla sua teatralità, al pathos e a quelle vertiginose architetture dell’illusione attraverso cui la pittura ha sfidato i confini della prospettiva, della gravità e del possibile.
Il titolo nasce da una deliberata trasformazione della celebre espressione “May you live in interesting times”, a lungo, ed erroneamente, attribuita a un’antica maledizione cinese e divenuta nota in Occidente negli anni che precedettero la Seconda guerra mondiale. Ashton sostituisce interesting con impossible, riflettendo sulla natura ciclica della crisi e su quella singolare condizione umana per cui ogni epoca, mentre viene vissuta, sembra potersi spingere oltre il margine di ciò che fino ad allora si riteneva possibile.
È da questa idea dell’impossibile, non come esercizio dell’immaginazione ma come esperienza capace di incrinare le nostre certezze sul reale, che prende forma il nuovo ciclo.
Corpi, architetture, nuvole e drappeggi si liberano dalla gravità. Si allungano, precipitano, ascendono. La prospettiva perde i propri punti di ancoraggio e l’immagine sembra catturata da una corrente che ne trascina, dilata e disloca la materia.
La discendenza del grande illusionismo barocco si fa particolarmente sensibile nel dialogo di Ashton con Giovanni Battista Tiepolo, nelle sue prospettive vertiginose e nei cieli trafitti di luce, dove l’architettura sembra dissolversi nell’aria, nelle nuvole, nei corpi in ascensione. Ma ad Ashton non interessa riprodurne il linguaggio. La sua domanda è più sfuggente: come può la pittura persuaderci dell’esistenza di qualcosa che sappiamo essere impossibile?
Nel suo processo c’è qualcosa dei grandi illusionisti del palcoscenico, per i quali la meraviglia nasceva da una complessa realtà fisica celata dietro l’incanto. L’impossibile non veniva semplicemente immaginato. Doveva essere costruito, messo in scena, provato, perché davanti agli occhi dello spettatore potesse infine apparire senza peso.
Ashton appartiene alla stessa affascinante contraddizione. Non affida l’illusione soltanto all’immaginazione, né alla generazione artificiale di un’immagine. Vuole sentirne il corpo, il peso, quasi l’odore. La costruisce.
Nel suo studio le nuvole prendono fisicamente forma. I personaggi vengono sollevati su impalcature sopra la sua testa, perché Ashton possa osservare dal vero scorci estremi e prospettive altrimenti inaccessibili. Dietro immagini che sembrano sfidare la gravità esiste un teatro concreto di corpi sospesi, strutture, cieli fabbricati e punti di vista minuziosamente orchestrati.
Come un illusionista che custodisce il segreto del proprio incanto, Ashton costruisce l’impossibile nella realtà e lascia poi alla pittura il compito di cancellarne il meccanismo.
È qui che il Barocco torna a vibrare con maggiore intensità. Il suo illusionismo trasformava la superficie architettonica in una soglia. Soffitti e cupole sembravano squarciarsi verso un’altra dimensione, lasciando irrompere nel mondo visibile apparizioni, ascensioni, estasi e corpi liberati dal peso.
Ashton recupera quella vertigine, ma la porta dentro una frattura che appartiene al nostro presente.
Se il Barocco dissolveva i confini dell’architettura, Ashton agisce sull’immagine stessa. La frantuma, la allunga, la sbriciola e a tratti sembra quasi squagliarla davanti ai nostri occhi. Volti e corpi si dilatano, i drappeggi perdono forma, la prospettiva cede, figure costruite con estrema precisione si sciolgono in colature e striature di colore. La pittura sembra perdere consistenza e farsi liquida.
Eppure, dentro questo apparente collasso, la precisione del pittore rimane intatta. La figurazione conserva la seduzione della pittura storica mentre sembra, simultaneamente, perdere il proprio segnale.
Ciò che potrebbe apparire come un glitch digitale è invece interamente pittorico: puro prodigio di alchimia del colore.
Questo nuovo ciclo non costituisce però una rottura. È un ulteriore movimento nella lunga conversazione di Ashton con la storia della pittura.
Per questo May We Live in Impossible Times presenta il nuovo corpus ispirato al Barocco accanto a una selezione della precedente serie Rococò. In quei ritratti, l’eleganza e la compostezza della rappresentazione settecentesca erano già percorse da deformazioni che incrinavano la figura e la superficie pittorica. Ora quell’instabilità sembra essere sfuggita dal ritratto per propagarsi al mondo che lo circonda.
Ciò che prima incrinava il ritratto, ora incrina la gravità, l’architettura e lo spazio stesso.
Ci siamo innamorati della pittura di Ashton proprio attraverso questo suo dialogo in continua evoluzione con la storia dell’arte: l’idea che il contemporaneo non debba necessariamente nascere dalla rottura con il passato, ma possa emergere da una conversazione intima, colta e radicalmente personale con esso.
Con Portrait of a Lady, oggi esposto a Venezia in La Nota Mancante presso la Fondazione Maddalena Di Giacomo, abbiamo posto Ashton in dialogo diretto con opere del XVIII secolo. La fonte storica e la sua reinvenzione contemporanea si guardano attraverso il tempo. La storia dell’arte cessa così di essere un repertorio immobile e torna a essere materia viva.
È questa continuità a rendere May We Live in Impossible Times particolarmente significativa per la nostra ricerca curatoriale. L’elegante inquietudine del Rococò si spalanca ora sulla vertigine del Barocco, e da lì verso una storia ancora più lunga, fino agli spazi impossibili del Surrealismo, lungo una linea in cui l’arte ha continuamente alterato le leggi del visibile.
Scrivendo recentemente di Salvador Dalí, il poeta Giorgio Maria Cornelio osserva:
«Il metodo per non soccombere alla banalità consiste, in fondo, nel far tremare le consuetudini.»
Nella pittura di Ashton a tremare sono la gravità, la prospettiva, l’integrità dell’immagine e persino quella dell’oggetto pittorico. Non come gesto di rottura fine a se stesso, ma per restituire al familiare una dose di estraneità, sufficiente a farci guardare ancora.
Persino il supporto perde la propria certezza. Ashton forza la rigidità del legno, lo piega e torce i pannelli, ne altera i perimetri finché il solido sembra farsi fluido. La cornice è costretta a seguirne le anomalie e il dipinto sembra voler oltrepassare la geometria che tradizionalmente separa l’immagine dal mondo.
«Dai cieli illusionistici del Barocco agli spazi impossibili del Surrealismo, l’arte ha continuamente alterato le leggi del visibile, ampliando i confini della nostra esperienza del reale. Ashton entra in questa storia da una posizione profondamente contemporanea: non offre una via di fuga dall’instabilità, ma le dà una forma abitabile.»
È infine nel nostro sguardo che May We Live in Impossible Times lascia aperta la sua domanda.
Una pittura nata da un processo profondamente fisico può assumere l’apparenza spettrale di un’immagine digitalmente corrotta. E proprio oggi, quando diventa sempre più difficile distinguere ciò che è reale da ciò che ci viene manifestato visivamente come tale, un’immagine può apparire perfettamente credibile senza testimoniare qualcosa che sia realmente accaduto, esistito o stato visto.
La mostra ritorna così alle parole di Shakespeare con cui si apre. La domanda non è più soltanto quanto possa esistere oltre i limiti della nostra immaginazione, ma quanto possiamo ancora conoscere attraverso ciò che vediamo.
Forse è proprio questa una delle sfide dei nostri tempi impossibili: imparare a non credere alle immagini senza smettere di interrogarle, e senza perdere la capacità di meravigliarci della loro natura.


